rivista

Giasone e gli ArgonautiLa nostra è una rivista scientifica semestrale accreditata (le pubblicazioni sulla quale sono valide anche in termini concorsuali) edita telematicamente all’indirizzo: www.psychoedu.org

Vi vengono pubblicati saggi, studi e ricerche (lavori sia di ambito clinico che di rassegna) inerenti alle seguenti aree tematiche:

– genitorialità (psicoanalisi della gestazione, del parto, dei primi mesi di vita, della funzione materna e paterna, dell’abuso all’infanzia);

– clinica (psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza, con particolare riferimento ai disturbi dell’alimentazione, alle dipendenze, all’identità di genere, alla vita scolastica);

– scuola (supervisione analitica per gli educatori di ogni tipo, quali genitori, insegnanti, formatori, ecc. e gli operatori socio-giuridici e sanitari);

– cultura e società (ermeneutica psicoanalitica applicata alle organizzazioni socio-politico-culturali, religiose, economiche e lavorative, con riferimento all’analisi istituzionale, alla psicostoria, all’etnopsicoanalisi ed etnopsichiatria, ai fenomeni transculturali, ai fatti di cronaca).

Gli scopi precipui sono:

1) di far progredire la scienza psicoanalitica applicata all’analisi della relazione educativa e di tutti i relativi processi e contesti;

2) di formare tutti coloro che operano in tali contesti, come responsabili e/o protagonisti-educatori implicati in tale relazione.

Ci anima la convinzione che in tal modo si possa contribuire a prevenire o indicare percorsi di risanamento di molte psicopatologie distruttive per l’individuo e il contesto micro e macro-sociale. Pertanto questo strumento “in-formativo” è indirizzato a qualsiasi tipo di educatore e a operatori nell’area assistenziale sociale, sanitaria, politica e giuridica animati dall’intento di prevenire e/o recuperare lo svantaggio psicologico e psico-sociale dei destinatari della propria azione educativa. Siamo convinti che la prospettiva psicoanalitica sia una via privilegiata per la reale “coltivazione” di se stessi: capace di condurre alla profonda conoscenza del proprio “mondo interno” proprio e altrui, a quella “con-versione” (nel senso etimologico di “vedere le cose da un altro punto di vista”) a seguito della scoperta del Vero, del Bene e quindi del Bello. È una splendida avventura “trasformativa” di navigazione nell’inconscio alla scoperta del mistero più grande: se stessi! E questo è un cammino fondamentale affinché qualsiasi azione educativa sia efficace, non patologizzante, ma capace di “generare” persone libere e creative.

Il tutto dovrebbe offrire delle indicazioni per compiere “la Seconda navigazione”. La metafora la riprendiamo da Platone, che la usa nel “Fedone” mutuandola dal linguaggio marinaresco (in cui l’espressione designa quella navigazione che si fa in assenza di vento e che quindi è più faticosa perché bisogna metter mano ai remi): con ciò il filosofo greco voleva indicare quell’esperienza di conoscenza che porta a cogliere la verità che rende liberi e felici in modo perdurante, all’eudaimonia. Per farsi intendere meglio sull’intero processo, Platone racconta nel suo “De Repubblica” il “Mito della Caverna” che di seguito parafraso.

Immaginiamo che degli uomini vivano in una caverna che abbia l’ingresso aperto verso la luce per tutta la sua larghezza, con un lungo andito d’accesso; poniamo ora che gli abitanti di questa caverna siano legati alle gambe e al collo in modo che non possano girarsi e che quindi possano guardare unicamente verso il fondo della caverna medesima. Immaginiamo poi che appena fuori dalla caverna vi sia un muricciolo ad altezza d’uomo e che dietro questo (e quindi interamente ricoperti dal muricciolo) si muovano degli uomini che portano sulle spalle delle statue lavorate in pietra e in legno, raffiguranti tutti i generi di cose. Immaginiamo, ancora, che dietro questi uomini arda un grande fuoco e che, in alto, splenda il sole. Infine immaginiamo che la caverna abbia una eco e che degli uomini che passano al di là del muro parlino, in modo che dal fondo della caverna le loro voci rimbalzino per effetto dell’eco. Ebbene, se così fosse, quei prigionieri non potrebbero vedere altro che le ombre delle statuette che si proiettano sul fondo della caverna e udrebbero l’eco delle voci: ma essi crederebbero, non avendo mai visto altro, che quelle ombre fossero la vera e unica realtà e crederebbero anche che le voci dell’eco fossero le voci prodotte da quelle ombre.

Ora, supponiamo che uno di questi prigionieri riesca a sciogliersi con fatica dai ceppi: costui con fatica riuscirebbe ad abituarsi alla nuova visione che gli apparirebbe; e, abituandosi, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra del muro, così capirebbe che quelle sono ben più vere di quelle cose che prima vedeva e che ora gli appaiono come ombre. E supponiamo che qualcuno tragga il nostro prigioniero fuori della caverna e al di là del muro: egli resterebbe abbagliato prima dalla gran luce e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse e; da ultimo, andando più avanti, trovato un lago, vedrebbe riflessa nello specchio d’acqua la luce del sole; infine alzando lo sguardo, ormai pronto, vedrebbe il sole in sè, e capirebbe che questa sono le realtà vere e che il sole è causa di tutte le altre cose visibili.

Il mito esposto ha per Platone varie letture, di cui a me preme sottolinearne due:

– il cammino di “con-versione gnoseologica” (cioè conoscitiva), che indica il passaggio da una conoscenza “fasullizzante” al vedere le cose come sono in sè, al di là delle apparenze, per giungere a cogliere come le “cose” sono in verità, così liberando se stesso;

– l’impegno socio-politico: cioè la necessità etica, una volta fatta tale esperienza, di impegnarsi a liberare gli altri dai ceppi, contribuendo al cambiamento del mondo intorno a noi.

Alcuni dei contenuti che troverete saranno scomodi, occasione di “scandalo” e non sempre facilmente accettabili: d’altronde in tutte le culture e religioni si trovano scritti che evidenziano quanto difficilmente la “luce” che rende consapevoli di come le “cose” stanno veramente viene accettata e come invece si preferiscano le “tenebre” della rimozione nell’inconscio, l’abitudinarietà di restare imprigionati nella “caverna”, continuando a credere che le “ombre” siano la verità. Spesso, tanto quanto li desideriamo, tanto quanto abbiamo paura della libertà e dell’amore. È un metodo faticoso, quello della “seconda navigazione”, ma ne vale la pena per la ricchezza che otterremo e perciò siamo certi troverete la lettura dei nostri articoli gradevole e proficua.

Dott. R. Filippo Pergola, direttore IJPE e presidente APRE

(*) nell’immagine: “La nave Argo e gli Argonauti”

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