paternità

La mente umana è in attesa del padre[1]

padre e figlio

“Fra le immagini che si sono formate in un’infanzia di cui di solito si è perduto il ricordo, nessuna è più importante, per il giovane o per l’uomo adulto, di quella del proprio padre” (Freud, 1914, 479) e così è altrettanto per la giovane e la donna adulta[2]. Da colui che esercita la funzione paterna, avviene il ri-conoscimento del soggetto come tale, ossia come essere con una propria identità, separata ed autonoma. Viene alla mente il rituale che si svolgeva nell’antica Roma quando, nelle braccia del padre che lo sollevava davanti ai presenti, avveniva l’attribuzione del nome al neonato, a cui veniva così riconosciuta un’identità definita e unica nella vita della gruppalità sociale. Tale rituale, a mio avviso, configura, per certi versi, il processo di possibile “nascita psichica del Sé”, che può avvenire se c’è, per l’appunto, ri-conoscimento, separazione e individuazione; così può avere inizio il cammino verso l’ignoto, nell’articolazione tra la Legge e il Desiderio, verso la piena soggettivazione.

Oggi più che mai c’è fame di padre[3], come fame d’aria: la funzione paterna è fondamentale e tuttavia così carente; spesso scomparsa dalla scena familiare, oppure figura omologata sul registro materno[4]. Anche per questo siamo immersi in una gruppalità sociale da cui gli adolescenti e i giovani stanno cercando di prendere le distanze, mettendo in atto pseudo-soluzioni quali, per esempio, chiusure narcisistiche, sindromi psicosomatiche, antisocialità, tossicomania, anoressia, bulimia, autolesionismo, suicidio: sono le “nuove malattie dell’anima” (Kristeva 1993) che fanno, dell’attuale, “l’epoca delle passioni tristi” (Benasayag-Schmit, 2003). Eppure la funzione paterna è fondamentale per accedere ad un’esistenza libera, autonoma, orientata verso l’avvenire. Ascoltando la “partitura musicale cantata” dai pazienti, mi è praticamente quasi sempre capitato di trovarmi “utilizzato” dalla psiche inconscia del paziente per costruire dentro di sé una presenza paterna viva: solo così infatti può cominciare a prendere forma la sua vera identità personale.


[1] Mutuo il titolo del mio contributo da una frase di Chasseguet-Smirgel J., Creatività e perversione, Raffaello Cortina, Milano 1987.

[2] Colgo l’occasione per precisare che, ove non diversamente specificato e pur con le dovute differenze, quanto scrivo vale anche per la bambina, adolescente, donna adulta.

[3] Come ho già dichiarato nell’introduzione al presente volume, ribadisco che, con il termine “padre”, ci riferiamo alla “funzione paterna”, la quale può e deve essere svolta (seppur preferibilmente dal padre in quanto tale) anche dall’educatore a vario titolo, formatore, docente, psicologo, terapeuta, medico, assistente sociale, ecc. Al riguardo inoltre, pur non entrando in quest’ambito nel discorso, che meriterebbe ben più ampio approfondimento, ritengo che anche per soggetti omosessuale (qualora siano psicologicamente sani e maturi riguardo al tipo di relazione oggettuale, abbiano sufficientemente elaborato le proprie dinamiche interne ed, eventualmente, di coppia: al riguardo, rimando alle note 25, 26, 32 più avanti nel presente testo) si possa trovare la possibilità di un proficuo esercizio di tale funzione; con suscettibilità ad eventuali problemi nella prole, né più e né meno di gran parte dei soggetti eterosessuali. Infatti “ci sono alcuni tipi di relazione eterosessuale con componenti fortemente narcisistiche”, mentre “si incontrano rapporti stabili e duraturi tra omosessuali in cui il partner è riconosciuto ed amato senza dubbio come un essere umano indipendente a cui è concesso un certo grado di diversità da sé” (Kohut, 1987, Seminari, trad. it. Astrolabio, Roma, 1989, p. 51).

[4] Si veda il saggio di Argentieri (1999) (a cura di), Il padre materno: da San Giuseppe ai nuovi mammi, Meltemi, Roma

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