Gruppi per Insegnanti (consulenza e formazione)

Il gruppo Balint

Occorre tener sempre a mente che le emozioni non verbalizzate sono comunque agite come paura, pudore, tensione, aggressività, ecc. e condivise per “contagio”: cosicché, quando non è possibile la libera espressione delle emozioni, quando i sentimenti comuni espressi sono contraddittori e ambivalenti o quando elementi inconsci primitivi attraversano le dinamiche collettive, il pensare razionale  viene messo fuori gioco, ostacolato, tornando alle fasi iniziali del suo costituirsi, attivando automaticamente risposte caotiche e regressive (Ancona et alii, 2003). Per sopperire a ciò può essere molto utile la metodologia della dinamica di gruppo in funzione analitica che M. Balint aveva inizialmente ideato per i medici di famiglia e che da tempo viene impiegata con successo con tutti coloro che svolgono una “professione di aiuto”, in particolar modo con gli insegnanti.una delle sedi del centro APRE

Non si tratta né un gruppo di terapia, né di supervisione, ma serve piuttosto per promuovere e/o predisporre l’insegnante, nel nostro caso, a non agire senza ascoltare e senza riflettere sulla relazione e sulle emozioni che prova nel momento in cui si relaziona con l’allievo. Nella condizione ideale il Gruppo Balint si riunisce con frequenza quindicinale per periodi variabili, auspicabilmente almeno uno o due anni; ogni seduta dura un’ora e trenta o due ore. Gli insegnanti a turno presentano un proprio caso descrivendo episodi e circostanze con l’allievo che li ha messi in difficoltà. I commenti, i suggerimenti, le opinioni dei partecipanti al gruppo, integrati dagli interventi del conduttore, tendono a focalizzare l’attenzione: – sul genere di difficoltà interiori, relazionali familiari, sociali che si possono dedurre o inferire dai comportamenti dell’allievo; – sulle modalità stesse secondo le quali egli si presenta e chiede aiuto: atteggiamento, postura tono della voce, tipo di linguaggio, abbigliamento, capacità di esprimere emozioni; – ma soprattutto sul “vissuto” dell’insegnante e sulle modalità con le quali egli risponde all’allievo attraverso processi inconsci; – sui movimenti cognitivo-emozionali che si attivano nel gruppo dei partecipanti durante la discussione. Il lavoro del Gruppo Balint “consiste nello studio del controtransfert manifesto dell’operatore, del modo cioè, in cui egli utilizza la sua personalità, la sua cultura, le sue convinzioni scientifiche, i suoi moduli di reazioni automatica”(Balint, 1961) ed ha come oggetto, attraverso l’esposizione del caso, la relazione tra destinatario della propria azione professionale e operatore”. Parafrasando Balint, è da rilevare che l’acquisizione dell’attitudine ad insegnare non consiste solo nell’imparare qualcosa di nuovo, ma implica inevitabilmente una modificazione notevole seppur parziale della personalità del docente. I Gruppi Balint Analitici utilizzanti nella scuola costituiscono il luogo ed il mezzo per far sì che l’allievo diventi l’occasione perché il maestro comprenda se stesso e viceversa il maestro diventi l’occasione perché l’allievo conosca se stesso.

Giovani di Villa SoraNei Gruppi Balint Analitici il problema è: “Cosa sta succedendo ora tra l’insegnante e l’alunno, il collega, il genitore, che sia di particolare interesse e che possa gettar luce sulle difficoltà dell’insegnante con questi o sul disagio dell’alunno, del collega, del genitore?” I vantaggi a medio e a lungo termine sono dati dall’acquisizione di un’abilità a scoprire la persona dietro ad un comportamento sintomatico (dispersione scolastica, bullismo, ecc…) e di un metodo democratico, in cui non c’è uno che sa ed ha più potere di un altro, per il fatto stesso che il conduttore non si pone come l’esperto, ma utilizza lo stesso linguaggio dei presenti, mostrando che non c’è nessuno, compreso se stesso, in grado di strutturare didattiche più valide, di stabilire cosa fare. I Gruppi Balint Analitici offrono un apprendimento di tipo esperienziale, che coinvolge i sentimenti oltre che l’intelletto e il cui fine è di liberarsi e non di assimilare una teoria, perciò è un apprendimento più duraturo e pervasivo, tuttavia a volte avvertito come una minaccia e tendente a suscitare resistenze, giacché implica un cambiamento nella percezione di sé e nei propri atteggiamenti. Tra l’insegnante, l’allievo e il gruppo-classe, ogni membro della relazione, incluso l’insegnante stesso, è tutt’altro che libero, nel senso che il proprio comportamento ha che fare con la sua psico-biografia: infatti chi presenta il caso in un Gruppo Balint Analitico non porta una situazione complicata qualsiasi, bensì quella che va a toccare i suoi conflitti irrisolti e spesso inconsci. L’ostacolo, il disagio, il fastidio di cui l’insegnante racconta, costituisce l’elemento a partire dal quale riflettere intorno a ciò che sta dicendo e a ciò che sta facendo; cosicché, accorgendosi di quali sono le relative implicazioni, i risvolti, le connessioni, c’è l’eventualità che cessi di aggrapparsi ad alcune pratiche routinarie. Il resoconto del caso, al pari del contenuto manifesto di un sogno, viene sbrogliato per rivelare il contenuto latente, favorendo il transito da comportamenti automatici a comportamenti consapevoli, che diventano risorse e non più intoppi della e nella relazione. 3. Conclusione Attraverso lo spazio di contenimento di quelle ansie persecutorie, confusionali e depressive presenti all’interno della relazione con l’allievo, si contribuisce alla creazione di uno spazio mentale per pensare.

prof. Pergola, presidente APRE e direttore dei Centri, interviene ad un convegno alla Biblioteca del Senato con il prof. Lo Verso

prof. Pergola, presidente APRE e direttore dei Centri, interviene ad un convegno alla Biblioteca del Senato con il prof. Lo Verso (Uni. Palermo)

Nel mettere a fuoco attese, idealizzazioni e frustrazioni, si apre un varco ad un progressivo processo di decollusione (Disanto, 1995). Lì dove il vero passaggio evolutivo è dalla collusione all’identificazione, cioè dalla confusione alla differenziazione. Distinguersi e riconoscersi vuol dire, tra l’altro, riprendersi, da entrambi le parti (docente e allievo) quegli aspetti scissi e proiettati perché non tollerati o non riconosciuti. In sintesi estrema: l’obiettivo è di facilitare all’insegnante la possibilità di coscientizzare liberamente nel proprio mondo interno “bisogni di dipendenza, regressione ed emotività infantile, concedendo a sé stesso e all’allievo di esistere realmente, cioè di farsi sentire, costringendo al silenzio l’intelletto e la razionalizzazione, con i relativi rischi di eccessive idealizzazioni, persecutorietà ed identificazioni nel ruolo professionale” (Disanto, 1995, 86). “E ora c’è d’aspettarsi che l’altra delle due “potenze celesti”, l’Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario altrettanto immortale. Ma chi può prevedere se avrà successo e quale sarà l’esito?”, così S. Freud si esprime al termine di una delle sue ultime opere, quasi a voler chiosare con un quesito la sua straordinaria opera di ermeneutica psicoanalitica. Noi, con il nostro lavoro di insegnanti, di terapeuti, di “governanti”, siamo qui a poter dare una risposta fattuale che favorisca la vittoria di Amore. È una lotta e il campo di “battaglia”, per così dire è, per l’insegnante-educatore, la classe. È questo il “campo” in cui l’insegnante, nel rapporto con l’allievo e quindi anche con parti inconsce di se stesso, può svolgere la dialettica conflittuale aggressività-riparazione, favorendone la realizzazione anche nel suo mondo interno. Con il suo atto d’insegnare il docente può davvero contribuire ad  una vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della creatività sulla distruttività, attraverso il processo di “riparazione” insito in tale professione: affinché Amor sia vincitore per la gioia di Psiche!

 

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